Poi, va da sé, si ride anche tanto. Ma il bello del film è questo procedere su due registri sovrapposti come carta velina in cui se chiedi a un bambino ti dirà che è la storia di un simpatico vecchietto che decide di partire per il sudamerica facendo volare la sua casa con migliaia di palloncini e vive mille avventure con un bimbo ciccione un cane parlante e uno struzzo psichedelico. OK, magari il bambino non direbbe “psichedelico”. Lo dico io. Chiedilo a me, e ti dirò che è la storia di un vecchio triste, solo e abbastanza sgradevole che non riesce ad accettare la perdita della moglie e si porta dietro un lutto pesante come una casa, per poi lasciare finalmente che i morti stiano dove devono stare: al di là delle nuvole, vicino alle cascate del paradiso. Aiutato in questo percorso da un bambino ciccione, un cane parlante e uno struzzo psichedelico che alternativamente adottano, consapevoli o meno, il ruolo di terapista comportamentale.
Io, come calciatore, sono stato un bambino prodigio. Talmente prodigio che la mia carriera è durata lo spazio di una partita. Le tappe non le ho bruciate, le ho disintegrate.
Da allora la polvere è diventata una presenza ossessiva nella poesia italiana.
Ovviamente le antologie a tema sono più che legittime, e spesso interessanti, a volte con racconti molto belli, sorprendenti. Ma ciò di cui stiamo ragionando è la dimensione quantitativa del fenomeno. Non era mai successo prima che tanti scrittori partecipassero a tante iniziative collettive eterodirette. Se lo si guarda da questa prospettiva straniante, quello che si vede è sbalorditivo: una coltura di scrittori da cui ricavare racconti, una batteria di soldatini. Tutti insieme, avanti, marsch!
Il mio primo televisore risale agli anni dell’università. Era un portatile, con i tastini per cambiare canale (sdeng! sdeng!). Vibrava, gracchiava e scatenava sonore imprecazioni per via dell’antenna da regolare costantemente. Adesso – almeno quattro televisori dopo – ho un LCD da 40 pollici, full HD, con digitale terrestre integrato, eccetera.
Il mio primo lettore mp3 l’ho comprato poco dopo la laurea. Pesava più di mezzo chilo ed era così brutto e tozzo da sembrare un’apparecchiatura medica. Adesso – almeno tre lettori dopo – ho un iPod da 120 giga.
Il mio primo telefono cellulare l’ho comprato molto tardi. Era un oggettino fragile e precario, con un trillo perfora-timpani e con una batteria che durava il tempo di un sospiro. Oggi – almeno tre cellulari dopo – ho un Nokia E71.
Il mio primo e-reader è un Kindle. So benissimo che tra qualche tempo (qualche mese? un anno?), lo guarderò con la stessa nostalgica condiscendenza che oggi riservo a quel primo televisore, a quel primo lettore mp3, a quel primo cellulare.
Però oggi sono contenta e basta.
C’è da dire questo. L’altra sera riflettevo con Louga su quanto difficile diventa, anche per gli appassionati come noi, persistere nel portarsi in giro la reflex digitale e fare gli artisti puri e duri che vagano per la città con il naso all’insù (o all’ingiù, in molti casi) fotografando dettagli invisibili ai più e svelando l’assurdo caos dietro il paravento del reale. Bello eh, “il paravento del reale“? Mi stupisco da solo quando oso questo tipo di costrutti. Ma comunque. Non è facile, sappiatelo.
CasaIzzo - Cultura generale digitale
Complimenti Pietro!!


